Ciao, Nanda..

nel 1965 Fernanda Pivano raccontava di Poltronova, ci piace ricordare così la grande giornalista scrittrice recentemente scomparsa


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il catalogo disegnato da Ettore Sottsass per Poltronova nel 1965

...In casa nostra, nel cosiddetto soggiorno, abbiamo sempre avuto una tavola di formica bianca. 
Prima era rettangolare, ora è rotonda; la formica toglie qualsiasi eleganza tradizionale alla stanza e fa parte della nostra iconografia di oggetti che danno sui nervi agli amici. 
Ma su quella tavola dalle sette alle otto, quando ha finito di divertirsi col suo hobby e ha deciso la serie quotidiana di sviluppi per calcolatori elettronici, macchine da scrivere, telescriventi e Dio sa cos'altro, lui si occupa del suo lavoro. Mette uno sopra l'altro, quanti ne può sopportare il grammofono, dischi di Rameau o di Bach o di John Lewis o di mantras tibetani, si leva le scarpe e si siede a disegnare. Di solito disegna su pezzettini di carta scompagnati, per lo più sui rovesci delle mie bozze (peggio per me che le lascio sempre in giro) o sul rovescio delle liste del droghiere, che poi io non trovo più prendendomi così grosse sgridate dalle cameriere; disegna con le matite colorate, che si comprano disposte secondo le gradazioni dei colori a formare sfumature che sembrano arcobaleni in lunghe scatole di latta rossa, di quelle grandi, che costano care e si regalano ai bambini solo quando portano i bei voti sulla pagella: ogni scatola nuova è un avvenimento, e naturalmente le matite restano in ordine per un paio di sere ma poi non si trovano più o si trovano sepolte nelle coperte dei divani o, ogni tanto, nelle giacche mandate in tintoria, quando tutte le tasche vengono vuotate e io contro ogni mia volontà scopro tutte le sue infedeltà - o se non proprio tutte, fin troppe. E' più o meno così che disegna le sue ceramiche, i suoi gioielli, i suoi mobili, gli allestimenti delle sue mostre di fotografie. Poi al venerdì notte andiamo a Firenze; arriviamo alle tre del mattino, troviamo Carlo che mi fa la camomilla e mi ha acceso la stufetta in camera e diciamo a Giovanni di farci svegliare l'indomani alle otto: ormai tutti, in albergo, sanno che l'architetto va a Montelupo a fare le ceramiche e che verso le nove la Poltronova mi telefona per sapere se l'architetto è già partito. Sempre, estate e inverno, col caldo e col gelo, sani o malati. A Montelupo, nella fabbrica di Bitossi, lui trova sempre l'amico Aldo Londi e i suoi tornianti, che vanno a lavorare fuori orario, un po' per divertimento, un po' per fargli piacere; e dopo avermi svegliata per sapere se lui è già partito, lo raggiunge da San Piero Agliana l'amico Sergio Cammilli, a guardargli fare le ceramiche e a cercar di convincerlo a disegnare mobili per la sua Poltronova. Veramente i mobili di cui avrebbe bisogno Sergio Cammilli sono mobili seri, di quelli che fanno diventare ricchi perchè se ne vendono tanti, e si vendono perchè « servono » e « piacciono » al Pubblico, ai Compratori, e dunque permettono la cosiddetta produzione di serie e giustificano i guadagni del produttore e le percentuali dei progettisti perchè si basano su un generale impegno sociale: i mobili seri che a forza di produzione di serie e di impegno sociale sono diventati cubetti da mettere uno vicino all'altro, di legni sempre più scadenti, eseguiti con tecniche sempre più anonime e sempre più condizionate da esigenze economiche, fino a sembrare cassette da imballaggio più che mobili. Cassette da imballaggio o « cassoni », come mi disse quell'esattore delle tasse. Eravamo sposati da pochi anni, e sul tavolo dello studio, che ancora lui copriva di carta da spolvero, vedevo sempre dei rigonfiamenti. Capivo che lui nascondeva sotto la carta da spolvero dei fogli, ma mi ero messa in testa che quei fogli fossero lettere di qualche sua amante (o, nei momenti di ottimismo, ex amante) e non volevo chiedergli che cosa fossero. Così una mattina suonò il campanello un uomo magro, grigiastro, con uno spolverino incolore e occhi sbiaditi e mi disse che era l'esattore delle tasse: era venuto per gli arretrati, mi disse. Non sapevo che cosa fossero gli arretrati e quando mi spiegò che non avevamo mai pagato una lira di tasse nonostante ci fossero stati mandati innumerevoli solleciti, gli risposi spavalda che sì, mio marito era distratto, ma non c'era da fare tante storie, i soldi glieli avrei dati io; quanto c'era da pagare? La cifra che mi disse era così alta che mi parve non sarei riuscita a metterla insieme in tutta la vita. Chiesi una proroga, mi rispose che ormai non c'erano più proroghe possibili e dunque doveva procedere al pignoramento. Uno dopo l'altro i nostri armadi vennero elencati e definiti «cassoni»; in realtà non erano ancora prodotti di serie, in quegli anni lontani, e per convincere gli artigiani a farli avevamo pagato cifre che oggi sembrano favolose: ma l'esattore delle tasse, sempre più caparbio, sempre più di malumore, continuò a definirli «cassoni» e a valutarli un decimo del loro valore. Fu nel pignorare il tavolo che vennero fuori i fogli di quei rigonfiamenti sotto la carta da spolvero: erano dozzine di ingiunzioni di pagamento delle tasse. Chissà come si comportano gli esattori delle tasse di adesso quando devono pignorare i mobili seri della produzione contemporanea, basata sull'impegno sociale e le necessità economiche. Di questi mobili lui non è mai riuscito a disegnarne, perchè chi li progetta cerca sicurezza in grandi organizzazioni di studio, con disegnatori in camice bianco, impiegati che recuperano le ore quando vanno ai matrimoni dei parenti, segretarie pronte a dire al telefono che l'architetto è in riunione e così via. Ma lui questa organizzazione la riserva al suo hobby, che è il disegno industriale (quello vero, delle vere industrie, e invece per lavorare fuori delle industrie se ne sta solo in una stanza piena della mia roba in disordine, coi dischi e le matite colorate dei bambini buoni. Così ha disegnato una ceramica dopo l'altra, un gioiello dopo l'altro, con l'amico Cammilli che a forza di insistere è riuscito a convincerlo a disegnare mobili; finchè lui sul nostro tavolo di formica bianca ha fatto diventare mobili sue ceramiche e i suoi gioielli. In giro per la stanza, sparsi dappertutto, ci sono gli stessi libri di archeologia che gli hanno fatto fare gioielli nello spirito degli antichissimi ornamenti di sacerdotesse sommerse o vasi nello spirito di quelli che si offrivano a Buddha e si offrono alle ragazze di cui si è innamorati o alla gente che sta per nascere o sta per morire: vasi come quelli portati in corteo dagli egiziani alle case dove si svolgevano feste di nozze o trasportati dalle carovane attraverso i deserti per recare un segno, un pegno, una parola di speranza o di riconoscenza. A volte sui cammelli invece di vasi si portava un mobile, greve di significato e di preziosità simboliche, un forziere o un seggio o un tavolo; o nei paesi occidentali, quando i mobili erano ancora considerati oggetti sacri della casa, da un paese all'altro si trasportavano madie o cassepanche o baldacchini, così pesanti di materiale e così difficili da trasportare da dare la presunzione che fossero imperituri. Erano oggetti sacri per chi li dava e per chi li riceveva e il loro merito non consisteva nel costare di più o di meno degli altri oggetti in commercio; il loro merito consisteva nella loro storia, perché ciascuno aveva una sua ragione nell'essere fatto e nell'essere offerto, nell'essere accettato e nell'essere usato: gli artigiani li facevano con orgoglio, per realizzare la loro dignità. Al Cairo parlai con un intarsiatore che aveva le mani piagate fino a essere monche dopo aver passato la vita a incastrare nell'ebano schegge di lapislazzuli, coralli e avorio; finché erano arrivati i mercanti americani e gli avevano imposto di sostituire le pietre con frammenti di materia plastica colorata, che costa meno e dura di più, richiede una più facile manutenzione e poi nessuno si accorge della differenza: e l'intarsiatore aveva dovuto continuare a piagarsi le mani incastrando frammenti di materia plastica colorata in legnaccio dipinto di nero, ma mostrava con orgoglio la sua mano tumefatta fino a essere monca nello sforzo di non far dimenticare gli antichi seggi intarsiati di una civiltà scomparsa. Gli artigiani di adesso le mani non se le piagano di sicuro, e perfino il cacciavite lo considerano uno strumento pericoloso: le viti le piantano con i martelli, tanto chi se ne accorge, e poi una vite avvitata richiede più tempo che una vite piantata, e allora l'impegno sociale e le esigenze economiche della produzione di serie dove andrebbero a finire? A usare il cacciavite sono disposti soltanto se un mobile è « firmato », se un mobile è fatto nello spirito che ha condotto il Barocco e il Rococo, l'Impero e il Luigi Filippo a far diventare i mobili simboli di concorrenza sociale, di lusso e di leziosaggine. Soltanto allora pare che i mobili non debbano rientrare nella grande ruota delle leggi industriali. Ma lui non ha voglia di fare mobili firmati: non gli interessa che qualcuno faccia affari coi suoi mobili e sicuramente affari non cerca di farne lui, e chi non ci crede venga a vedere i rendiconti annuali che gli manda la Poltronova con le sue redevances. A lui piacerebbe fare mobili che avessero la stessa dignità, lo stesso peso, la stessa forza che avevano le antiche madie e cassapanche, gli antichi seggi e gli antichi letti: gli antichissimi vasi e gli antichissimi forzieri non ancora contaminati dalla competizione sociale e dalla concorrenza industriale, ma ancora grevi di un loro significato, di un loro senso simbolico. Così ha disegnato questi mobili, a forza di sentirselo chiedere dall'amico Cammilli; e la Poltronova ha deciso di spendere un sacco di soldi,per eseguirli e durante l'estate li ha eseguiti. Ma poi bisognava fotografarli, perchè Lisa Licitra telefonava due volte al giorno per avere le fotografie da pubblicare sulla « Domus »; e Ugo Mulas è arrivato fino a Pisa per andare a fotografarli ma lì gli hanno telefonato che gli stava nascendo la bambina e ha dovuto tornare a Milano a precipizio. Così il venerdì notte abbiamo caricato la macchina di cavalletti, lampade, prolunghe, obbiettivi di ogni genere, sei macchine fotografiche e valigie piene di pellicole e invece di andare a Montelupo lui è andato a San Piero Agliana. Quella mattina invece che alle nove la Poltronova mi svegliò alle otto, per sapere se l'architetto era già partito. E finalmente i mobili si sono fatti, le fotografie sono state pubblicate, la mostra è allestita e chissà che adesso per un po' di settimane non mi riesca di lavorare in pace. Daranno sui nervi a molti amici, probabilmente, perchè sono basati sull'idea di riportare il mobile al suo senso originario, fuori della semantica della concorrenza economica e di quella della competizione sociale: per ridare ai ragazzi l'idea della verità della casa e della possibilità di una vita sganciata, libera dalle cristallizzazioni degli schemi, in una rinnovata freschezza, in un rinnovato, divertimento della vita di ogni giorno. Un po' come ha fatto Courrèges, quando ha scavalcato le ferree leggi del conformismo e ha offerto alle donne il divertimento di abiti buffi, allegri, da « giovane »: abiti ispirati alla joie de vivre più che al piacere di mostrarsi ricche, o comunque più ricche delle amiche, o almeno più ricche delle nemiche, e insieme abiti che non si sforzano di costare poco, costano quello che costano e basta, e peggio per chi se ne preoccupa. Anche lui vorrebbe che la gente, quando arriva a casa, non si preoccupasse proprio soltanto di quanto i mobili sono costati, sia se sono costati molto negli « affari » degli antiquari, sia se sono costati poco negli affari non meno abili dei produttori di serie aureolati di impegno sociale. Naturalmente fare queste cose, avere queste idee, è molto scomodo. Se tutto va bene ci si sente dare del qualunquista, quando va un po' meno bene ci si sente dare del reazionario; ma capita anche di sentirsi dare dell'esibizionista. E' la sorte di chi in generale si sottrae al conformismo e al condizionamento della civiltà nella quale si trova a vivere. Il prezzo di un oggetto fatto soltanto per il divertimento di farlo e soltanto per divertire chi lo avrà, fuori di quell'impegno sociale che è la grande giustificazione delle più sordide speculazioni artigiano-industriali del nostro tempo, è l'isolamento; ma vale la pena, se quell'oggetto riesce a rendere piacevole la casa a giovani non ancora del tutto condizionati dalla civiltà contemporanea e forse li aiuta a non lasciarsene condizionare. 24 Ottobre 1965 Fernanda Pivano